- letteraTURE -
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Poi mi sveglio.
Sono in una città buia. Le strade sono impregnate di una insopportabile luce giallastra, i muri scrostati la ingoiano fra le crepe. Incontro Giacomo. Ha occhi umidi, supplichevoli. Mi parla di una dose: sa dove trovarla. Lo seguo, invaso dalla tenerezza dei suoi occhi, scintillanti, come dopo aver pianto.
Ci allontaniamo nella notte deserta, illividiti dalla luce verdastra della periferia in metastasi.
Dal grigio incrostato di smog si erge un edificio sdentato, con alti pilastri, come sbarre di una gabbia. Un cubo solitario su un colle d’asfalto. Da lontano vedo un mucchietto stracco di persone, sparso lì di fronte: da qui posso vedere il luccicchio dei loro occhi inzuppati. Io e Giacomo ci arrampichiamo su per i gradini e ci infiliamo fra i pilastri in quella bocca spalancata. Mi guardo intorno. Tutti ci guardiamo, e con gli stessi occhi. Abbiamo lo stesso sguardo stanco e commosso: chiediamo pietà. Le dosi non arrivano e Giacomo è inquieto e mi dice, poco distante dal viso, ma io non lo sento, sommerso. L’edificio è una caserma dei carabinieri: brulica di gente in divisa, ho un accesso di calore: perché qui davanti a comprare l’eroina? Forse non sospetteranno niente proprio perché è troppo evidente, non potranno crederci e non ci troveranno.
La caserma nasconde dietro di sè un piccola casetta isolata, un’ insegna rosata, che fuma, nell’umidità della notte. Un filare di alberi annodati la costeggia, incurvandosi come se seguisse il corso di un torrente.
L’uomo è arrivato e deboli tremolii si agitano a fior di labbra. Dopo pochi minuti è un caos di sirene che urlano e di pneumatici che stridono. Scendono in tanti, con sveltezza e decisione come se sapessero già tutto e volessero sbrigarsi. Sono in tutte le direzioni. Mi guardo un po’ smarrito, non vedo Giacomo. Giacomo! Mi sono addosso in due, non ho eroina, devo stare tranquillo.
Trasalgo al ricordo, mi tocco di scatto la tasca.
Merda.
Faccio per allontanarmi ma mi afferrano un polso. Mi volto con la mia migliore faccia da culo, pulito e tranquillo, come se fossi appena uscito dalla casa di mamma, ben lavato e profumato per andare a una festa. Gli chiedo di andare in bagno prima. Posso? Gli chiedo. Accenno alle loro spalle, oltre lo spiazzo coperto di divise, oltre i lampeggianti come cavallette,oltre la gente schiacciata col muso sui cofani delle volanti,oltre le braccia torte dietro la schiena,oltre gli sguardi supplici e sofferenti. Indico il baretto, in riva agli alberi fittissimi.
I due si guardano un un po’stupiti, uno mi aveva creduto, un uomo non poteva che credermi: la mia voce, i miei gesti, il mio tono innocente: a me scappava davvero tanto e non avevo molto di cui preoccuparmi, ma dentro di me mi rallegravo della presenza di spirito, del tutto insolita e inaspettata, che avevo dimostrato. Sorridevo, candido come mai.
Sbrigati, mi dice uno.
Entro solo, per una piccola porticina: un neon, un minuscolo disimpegno imbiancato di fresco. Sulla sinistra c’è una scaletta stretta e ripida che lascia filtrare un fumo spesso, profumi dolciastri, una penombra calda e seducente. Subito di fronte a me due omini stilizzati. Guardo immobile i bagni per qualche istante. Potrei aprire una di queste due porte, entrare, avvolgere il fumo nella cartaigienica, gettarlo nel cesso, pisciare, tirare l’acqua e uscire senza problemi, con un sorriso ipocrita e le tasche vuote. Prendo per le scale. Appena arrivato di sopra mi sento al sicuro: una stanza stretta a L, quattro tavolini tondi addossati alla parete lunga e sulla gamba trasversale il bancone e lo spazio per una fila di sgabelli di legno. Mi accosto a una finestra e guardo in basso, dove saettano decine di bagliori blu. Mi ritraggo con gli occhi perforati. Tutto ciò è fuori, mi dico, non mi riguarda, non mi ha mai riguardato. Faccio parte di questo tepore aranciato da sempre, non sono mai stato altro che una boccata di fumo, che la divertente risata di quell’uomo baffuto e di quell’altro, monocolato, che beve whisky dietro il bancone.
Delle splendide ragazzine mi fissano con occhi spalancati e fresche gambe accavallate. Mi sento un po’in imbarazzo, sento sorgere la timidezza che mi piega lo sguardo e mi risprofonda in mezzo a quella strada, alle perquisizioni, a Giacomo, ai due sbirri, che hanno già bussato ripetutamente alle porte dei bagni e salgono di pari passo la stretta scala. Di nuovo impalato e afferrato. -Ehi tu!- dice-Vieni da questa parte, usciamo dal retro!-
E mi strizza l’occhio dietro il monocolo d’argento, legato con una catenella al panciotto a righe grige e blu. Un uomo baffuto ed eretto, in un impeccabile vestito di cammello, annuisce amichevolmente alle sue spalle. Con passo svelto ci infiliamo in una porticina minuscola, dissimulata fra gli scaffali colmi di liquori.
Una lampadina penzola strozzata.
Un cunicolo polverso e ammuffito conduce direttamente fuori.
Una scala agganciata al muro direttamente all’alba e al torrente, per un invisibile passaggio fra la folta vegetazione, spessa come un sipario.
-Dai svelto!- M’incalza il monocolato.
Delle vasche come gradini di roccia colmi d’acqua portano al letto impetuoso. I due strani uomini mi precedono agili e disinvolti, saltando veloci sugli spigoli di roccia che affiorano dall’acqua bianca. Arrivati sulla riva cominciamo velocemente a risalire il torrente, lungo una lingua di terra. Sono scordinato, faccio fatica a seguirli. Poco più avanti mi fermo nel chiarore del cielo fresco. Il grosso torrente ruggisce verso valle, sull’altra sponda, una prateria di margherite gialle ed erba alta e assetata. Continuiamo a risalire, saltando su delle pietre viscide. Ora il cammello mi porta per mano. Mi viene da vomitare, sono debole, devo farmi.
I rumori sono ormai lontani. Mi libero dalla mano e mi appoggio sulle ginocchia. Sbocco.
Devo farmi.
Non riesco quasi ad aprire gli occhi, il mio corpo formicola, mi prudono i gomiti. Vedo le lucciole del mio prurito sparse sulle pupille. Sto per cadere ma il cammello mi sorregge con mani sicure e mi fa sedere dolcemente.
-Non aver paura ragazzo, è passata. Ce l’hai una dose?-
Mi dice, e lo guardo negli occhi, il sangue mi torna alla vista. Lo guardo negli occhi e sono umidi i suoi occhi, umidi come i miei, scintillanti come quelli grandi di una rana.
-no..no…- dico a stento, mentre mi asciugo la bocca con la manica - ma ne ho bisogno. - C’è una baracca fra quei cespugli laggiù, sotto quel pioppo grande e malato, forse c’è ancora un po’ di metadone al 5%.-Dice.
Intanto il monocolato s’incazza sottovoce, è stanco di aspettare e si rimette in cammino. Ho sentito solo un nome: Alberto. Mi alzo, andiamo.
Il sole comicia a filtrare fra le fronde e mi ferisce le ciglia. Abbasso la fronte, il ruscello è limpido e freddo, i sassolisci del fondo scintillano come monete.
Prendo la mano al cammello, che mi precede da presso. Quasi non ci vedo. Un rovo mi afferra manica e carne. Urlo e do uno strappo.
Il tessuto cede.
Sono libero.
Tremo.
Del liquido mi scivola come una lacrima lungo il braccio che brucia.
Attraversiamo il torrente, il cammello cammina su delle pietre poste a guado, io trascino i miei scarponi infangati nell’acqua. Sento il freddo risalirmi dalle caviglie fino alle dita delle mani, fino alla radice dei capelli. La baracca è fatta d’assi da cantiere e ricoperta dell’edera che strangola il pioppo. Entriamo. Dentro c’è un tavolo da bar, due sedie, una radio e poco altro. Il monocolato mette delle coperte per terra, i due mi ci distendono sopra. - Non ha nulla…- li sento bisbigliare.
Ho le palpebre pesanti.
Quando mi risveglio è notte, sono nudo. Nella baracca non c’è nessuno. Solo una stufa accesa che rischiara la stanza e i miei vestiti stesi ad asciugare, sulla spalliera di una sedia. C’è il fondo di un flacone sul tavolo. Mi faccio un po’ di metadone e mi ristendo sulle coperte. Rimango sognante per un po’, ingarbugliato nei miei pensieri sempre uguali, stramaledetti pensieri da sveglio. D’improvviso lo sento diventare grosso, il sague mi scalda le vene. Inizio a masturbarmi sempre più violentemente, ansimo e gemo più spruzzi di sperma. Sono nudo, accaldato, disteso sul dorso, il mio pene palpita, poggiato sulla pancia.
Mi alzo, prendo i vestiti e li porto alle labbra, come faceva sempre mia madre, per controllare che non fossero umidi. Mi rivesto e spengo la stufa. Apro la porta lentamente, sbirciando all’esterno prima d’uscire. Non c’è nessuno, sembra, ma è buio pesto. Richiudo la porta alle mie spalle e resto immobile, in attesa che gli occhi si abituino all’oscurità. Ascolto il ruscello che scorre e il mio respiro, come acqua fra le pietre. La terra molle sotto i piedi, le fronde pesanti sulla testa e il vento, che imbeve le mie vesti.
Sono sotto casa, in una cabina telefonica.
-pronto Giacomo?-Dico.
-Sì.-
-Sei a casa?-
-Sì, a casa. Casa nostra…ricordi?
- Io…tutto bene?- Dico.
- Prima dimmi dove sei. Me lo devi. Non ti vedo da giorni.-
- Dai…ne hai?- Dico.
-Stai male vero? E non vuoi più nient’altro da me. C’è qualcun altro? Forza…dillo…e’sicuro almeno? Perché non parli più? Parla ti ho detto! Parla bastardo!
Attaccando ho sentito solo un nome, urlato come.
Alberto. Ci riprovo ma riaggancio subito, poi esco di lì e mi infilo in un bar. Mi appoggio pesantemente al bancone.
Il tipo mi guarda asciugando un bicchiere. Lo guardo anch’io, circa negli occhi. Poi alzo i gomiti e me ne vado. Imbocco via dei Martiri, trascinando i piedi. Le forze mi mancano. Ho il viso freddo e umido, lo stomaco stretto come un limone. Le braccia sul ventre, svolto verso la Barca.
Nel piazzale della caserma ci sono delle auto parcheggiate e un cane, che mi fissa, seduto sul marciapiede. Nessun’altro. Me ne chiedo il perché, lungheggiando il portico illuminato. Mi guardo intorno e rimango immobile. La casetta con l’insegna BAR non c’è più.
Come non c’è più la fila di alberi, il comignolo fumante, l’insegna BAR. Non c’è più. Era qui e non c’è più. C’è una strada deserta, un parapetto oltre la strada.
Il torrente non c’è. Oltre il parapetto c’è un terrapieno e delle rotaie sul terrapieno. Ferraglia assopita, e pali, e fili d’acciaio.
Cerco dei cartoni.
Ce ne sono alcuni poggiati ad un cassonetto. Li ispeziono da entrambi i lati, li stendo all’asciutto, lontano dai coni dei lampioni, poi, mi ci siedo sopra.
Ho deciso di aspettare.








