dopo giorni di intenso lavoro ho debellato il trojan che mi aveva infestato il computer.
un grazie grande così
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ma anche di più ai ragazzi del forum di olimpo informatico.
[ calabrywood ]

ogni tanto mi piace essere un pizzicarello campanilista, quindi oggi vi parlo di giuseppe gagliardi, un giovane regista di saracena, agglomerato urbano di qualche migliaio di anime vicino al mio paese di origine. giuseppe appassionato di cinema si traferisce a roma e li comincia a dare sfogo alla sua abilità cinematografica, riesce a vincere un premio al festival sacher di moretti con peperoni, storia ambientata negli anni '50 nel suo paese natale. in seguito gira "doichlandia" un rockumentario sugli immigrati calabresi in germania. da questa esperienza comincia il sodalizio artistico con il parto delle nuvole pesanti, fino ad arrivare all'ultimo: la vera leggenda di tony vilar. storia di un emigrato calabrese in argentina che prima diventa una leggenda della musica sudamericana e poi in seguito ad una precoce perdita dei capelli si ritira dalle scene e comincia a vendere automobili, questo fino ad oggi.
Fra storia vissuta e scene completamente inventate, ecco “La vera leggenda di Tony Vilar” di Giuseppe Gagliardi, presente alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Extra. Attraverso la forma del road-movie, ci mettiamo alla ricerca di Tony Vilar (al secolo Antonio Ragusa), il più famoso cantante melodico nel Sudamerica degli anni Sessanta scomparso improvvisamente dai palcoscenici di mezzo mondo.
Col cantutore Peppe Voltarelli prende forma un viaggio – non solo musicale – sulle tracce degli italiani d’oltreoceano. Dal Boca di Buenos Aires, al Connecticut, dal New Jersey alla comunità italo-americana del Bronx, il cantautore s’imbatte in personaggi come Frank Bastone, Tony Pizza, Conie Catalano…
Il successo di Vilar era legato al suo modo di interpretare canzoni come “Cuando calienta el sol” degli Hermanos Rigual o “Tintarella di luna” in versione spagnola. Le donne impazzivano per lui. Ma nel momento di maggior popolarità, succede qualcosa d’imprevisto e una profonda crisi personale lo spinge a ritirarsi definitivamente dalle scene. La musica fornisce la struttura portante del film: i brani composti da Voltarelli ben si adattano al repertorio popolare di Tony Vilar. Così come la partecipazione speciale di Roy Paci, un’allegra e inaspettata chicca che ci sorprende nel ben mezzo della narrazione.
recensione a cura di flim.it
diversa è la presentazione che ci propone ZaBrisKIe pOInt.net
La scheda offerta alla stampa definisce il genere del film come "mockumentary". E in effetti, La leggenda di Tony Vilar, nonostante sia pura narrazione di uno script costruito a tavolino, si nutre della realtà mutuando e assimilando al suo interno molte caratteristiche, tecniche e contenuti, del documentario. Proprio da questa unione tra schemi narrativi del cinema puramente di finzione e una realizzazione che ricalca quella documentaristica, trae senso e significato il termine mockumentary, la cui definizione più propria e calzante è quella di "falso documentario". Il film che Giuseppe Gagliardi costruisce è infatti, per sua stessa ammissione, "...un pasticcio fatto di finto documentario, musical e bio-pic, che in qualche modo potrebbe essere riassunto nella definizione di mockumentary. Ma questa - tende a specificare - non esaurisce appieno la formula del film, non perché sia complesso, ma perché è semplicemente variopinto".
Ecco, potrebbe risiedere proprio nel termine variopinto il succo della pellicola, che si snoda tra l'Argentina e il Bronx incontrando individui pittoreschi, dai nomi tipicamente propri della galassia italo-americana (Frank Bastone, Tony Pizza, Billy Bud ecc ecc), comunicando attraverso una saturazione di colori e di voci che rendono il tutto ancora più pittoresco e asimmetrico. Tutta la ricerca del protagonista, Peppe Voltarelli, si dipana tra rincorse di strani personaggi e indizi sparsi per il mondo, in una caccia al tesoro che, nel mondo di internet e dei cellulari, risulta grottesca e artefatta.
La motivazione che spinge il protagonista ad intraprendere il viaggio, vero protagonista del film, è estremamente debole: presentare al vegliardo cantante melodico, Tony Vilar appunto, una canzone a lui dedicata. Il pretesto, così per come è posto, non basta a sorreggere l'impianto narrativo, che, privo di aspettative, si affloscia su sé stesso risultando stanco e fragile nonostante il tentativo di animarlo attraverso un uso frizzante del montaggio.
Quello accennato è il problema maggiore evidenziato da una pellicola che ha una cifra potenzialmente gradevole e innovativa, ma che perde di freschezza e di slancio proprio perché la sua struttura narrativa si dimostra troppo evidentemente "finta".
cmq sia ho idea di quanto ci voglia per poter affermarsi e produrre qualcosa di buono, soprattutto se devi colmare anche quel gap che ti porti dietro essendo nato nella periferia della periferia dell'impero. per questo sono contento che ogni tanto qualcuno di noi ce la faccia.
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Bruno Davert è felicemente sposato, ha due figli, una bella macchina, dei vicini con cui silenziosamente si sfida a colpi di benessere, una cameriera e un buon lavoro per una multinazionale. Da un momento all'altro, Bruno perde il lavoro. Meglio: viene abbandonato dalla sua azienda. Momenti di sconforto, crisi familiari, curricula a iosa spediti in ogni dove, pessimismo. Per due anni la vita scorre così, nella speranza di poter tornare a lavorare, a fare soldi, a potersi permettere due macchine, l'ammiraglia di famiglia e l'utilitaria per la moglie, a fare il figo con il vicino... Il Signor Davert però non convince la moglie ad indossare baffi finti e a tentare goffe rapine da Starbucks. Si fa mandare i curricula dei suoi diretti avversari (anche loro in cerca di lavoro) e decide, con freddezza preoccupante, di eliminarli. Fisicamente. Insomma, li uccide. Il ragionamento è questo: eliminati quelli più bravi di me, il primo a ri-trovare lavoro sarò io. Il Cacciatore Di Teste è un film che fin dal titolo ironizza. Triste nell'assunto, nel presentare un uomo che privato del proprio lavoro non esita a diventare un'omicida esaperando l'idea di competitività sul mondo del lavoro, il film procede aumentando via via il lato comico e surreale della questione. Consapevole dell'attualità del soggetto, della durezza e della plausibilità della storia messa in scena, Costa-Gravas si diverte a giochicchiare con il caso e con l'ironia.
viggiùro che ci ho pensato un sacco di volte in questi anni
[ recensione a cura di secondavisione.splinder.com ]
